Santità vuol dire Apertura: All’Altro

Di Savino Pezzotta – Pubblicato sul quotidiano “IL DUBBIO” del 14 Aprile 2018

Non è facile dare una lettura dell’ultima esortazione di Papa Francesco, sicuramente il richiamo alla santità può essere visto come la riproposizione di una questione e di una indicazione che attraversa tutta la storia della Chiesa e che ha sempre indicato stili di vita e percorsi ascetici rigorosi; oppure come una visione arcaica della vita cristiana. Quello che si propone con questa esortazione (che può apparire agli occhi profani o laici come una questione interna alla comunità dei credenti) è qualche cosa di nuovo che potrebbe interessare anche il mondo dei laici e dei non credenti.

A mio parere viene proposto un passaggio dal sacro al santo, ovvero l’abbandono della sacralizzazione della politica, dell’economia, del consumo e dell’io su cui si fondano oggi molti poteri, per camminare verso una liberazione da tutto ciò, che con forza e potenza, comprime e spersonalizza l’uomo e gli fa violenza, un passaggio che interessa anche i laici non credenti.

La santità come libertà che cerca il suo realizzarsi nel bene delle relazioni umane e che è accessibile solo a partire dalle relazioni umane.

Già il grande filosofo ebreo Levinas aveva introdotto nel suo discorso sull’etica, fatto in maniera non teologica, il concetto di santità. Dicendo che la Santità è in generale rispetto, attenzione, apertura all’altro o, meglio ancora, è affermazione del primato dell’Altro sull’io, su me stesso. Passare «dal sacro al santo» significa, quindi, cercare d’intendere Dio non più sullo sfondo di una realtà numinosa, ma di relazione e incontro con l’altro.

Un tema antico come quello della santità viene affrontato con un approccio nuovo che emerge già nel titolo dell’esortazione papale: Gaudete et Exsultate (Rallegratevi e siate felici) – La chiamata alla santità nel mondo di oggi – All’interno del testo ci sono molti dei temi  che Papa Francesco  ha ripetuto negli ultimi cinque anni: l’importanza del discernimento, gli avvertimenti contro lo gnosticismo e neo-pelagianesimo, la “rigidità/chiusura”  dogmatica e dottrinale, il fare le cose come sempre si è fatto e in valore delle piccole cose.

L’approccio è molto innovativo poiché si ispira alla gioia e alla felicità. La tradizione del cristianesimo cattolico occidentale e latino penetrata anche nel protestantesimo, ha proposto solitamente un’interpretazione essenzialmente morale della santità, troppe volte fondata su proibizioni che hanno finito per alimentare il moralismo a danno della morale. Questo ha avuto, a mio parere, influenze forti anche su mondo laico e sull’esercizio della politica.

Papa Francesco rovescia questo approccio per affermare che la santità è gioia, allegrezza e felicità: un modo per affermare il primato dell’essere sul fare, del dono sulla prestazione, della gratuità sulla legge.

La santità proposta come stile di vita, anche nella sua dimensione etica, non ha un carattere legale o giuridico, ma si fonda sull’amore del prossimo ed è ispirata dalla gratitudine verso l’umanità e la bellezza che troppe volte, per interesse, deturpiamo. In tutto questo c’è l’eco della “Laudato Sì” e dell’interessamento per la salvaguardia del creato, cui tutte le persone e istituzioni di vario genere vengono invitati ad averne cura.

Non a caso affronta con molta chiarezza la realtà di un mondo pieno di disattenzioni e che tende a basarsi sull’economicismo, il consumismo e l’edonismo. Il Papa sottolinea, e non può essere diversamente, l’importanza della preghiera e del culto, ma dà una forte importanza agli atti d’amore e di misericordia verso il prossimo, specialmente verso i poveri e coloro che sono ai margini.  Va comunque notato che mentre si sottolinea la difesa delle vite dei non nati la estende, con uguale peso, alle vite dei poveri, degli anziani esposti all’eutanasia segreta e verso coloro che sono rifiutatati e emarginati.

Il Papa invita a non accontentarsi di un’esistenza blanda e mediocre, ma ad avere coraggio. Bisogna essere attenti e provocati dalla santità che esiste e si sviluppa anche fuori dalla Chiesa cattolica. Sappiamo che esistono dei santi laici, persone che nella politica, nell’impegno sociale e nell’economia hanno vissuto con radicalità e profonda dedizione la loro umanità e l’impegno per un mondo migliore e più attento alla dignità umana.

Una sottolineatura importante riguarda la dimensione femminile e il richiamo al contributo che le donne hanno dato alle riforme della Chiesa e della società.

C’è un recupero forte e significativo dei “piccoli gesti”, quelli che fanno apprezzare la vicinanza con altri.

La santità che viene proposta non presume la separazione dagli altri, l’uso del cilicio e della mortificazione o un ascetismo disincarnato, ma si sostanzia e si realizza nell’amore verso gli altri e in particolare verso i poveri e gli emarginati.

Il Papa invita i fedeli a non pensare la santità come qualche cosa di eroico, ma di coerente con la vita buona di ogni giorno in modo che cresca una visione e una pratica di vita che porterà gradualmente ma inesorabilmente  a migliorare il mondo.

Vi è dentro l’esortazione una messa in guardia verso due nemici: lo gnosticismo e il pelagianesimo. Sembrerebbe questo un discorso collocato solo dentro la Chiesa, ma credo si possa spingere oltre i confini ecclesiastici. Oggi la tentazione allo gnosticismo è molto diffusa anche in ambienti laici che pensano di avere risposte giuste a ogni domanda e che faticano a porsi delle domande e a lasciarsi interrogare dai problemi che inaspettatamente emergono dalla complessità del nostro mondo e che riducono la conoscenza a una volontà di dominio.

Anche la dimensione pelagiana è presente nelle nostre società e si riassume nelle illusioni che si offrono ai deboli e che la soluzione dei problemi sta da un’altra parte rispetto all’impegno quotidiano,  o proporre  l’ossessione per la legge e le regole, mentre diventa urgente diffondere il senso della  bellezza e del gioire e soffrire insieme cosi come si esprime nel Vangelo discorso sul monte. Il richiamo alle beatitudini potrebbe sembrare qualche cosa di estraneo alla storia, di utopico.

Le beatitudini esprimono una visione radicale e chiedono di andare contro il flusso e il conformismo borghese che ha inquinato la nostra società. Mi rendo conto che essere puri di cuore, mansueti ed umili, nel piangere con chi soffre e desiderare la giustizia, mantenendo un cuore libero da tutto ciò che nega la relazione paritaria con gli altri non è facile per nessuno, ma non si può non tenerli in considerazione come orizzonte verso cui camminare.

Forte è la critica verso alcuni che si dichiarano credenti e che considerano la situazione dei migranti come una questione secondaria rispetto alle pure impellenti questioni bioetiche, ma il Papa, senza sottovalutarle, sottolinea l’importanza e la centralità delle azioni di misericordia, e che non si dovrebbe dimenticare che il principio su cui le nostre vite vanno giudicate e valutate è ciò che abbiamo fatto per gli altri.

La eccessiva preoccupazione per il nostro io e per i nostri diritti, cosi dominate nella nostra società, non aiuta all’incontro con l’altro, da qui la necessità di coltivare una semplicità di vita, resistendo alle intense richieste di un modello economico, sociale e culturale che pretende di centrarsi sui consumi, sulla ricchezza individuale, sul potere di comando, ma tutto questo produce una corruzione spirituale e culturale, alla quale occorre opporre resistenza e nuovi stili di vita.

Papa Francesco termina la sua esortazione riproponendo uno dei temi centrali del suo pensiero: il discernimento . Questo dovrebbe essere un criterio della pratica quotidiana e poiché ci obbliga ad essere pronti ad ascoltare, ad avere la libertà e il coraggio di mettere da parte le nostre idee parziali o insufficienti, le nostre solite abitudini e modi di vedere le cose e a sviluppare l’attenzione verso gli altri e, pertanto, a liberarci dalle rigidità, dagli integrismi, dall’abitudine per divenire giorno dopo giorno uomini liberi.